La Corte suprema federale di Karlsruhe (Germania) ha condannato una
ginecologa per non aver diagnosticato ad una donna malformazioni al feto
durante la gravidanza ed ha riconosciuto che se la paziente, "avesse saputo
dell'esistenza di handicap gravi nel bambino", avrebbe abortito. La
ginecologa è ora tenuta a mantenere il bambino, nato con gravi malformazioni
agli arti, e al pagamento dei danni alla madre.
Immediata la condanna della Chiesa cattolica tedesca. "La sentenza mostra
che nella nostra società la selezione delle persone a causa di handicap
è
ormai realtà", dice il card. Karl Lehmann, presidente della Conferenza
episcopale. Ed aggiunge: il giudizio della Corte suprema "definisce in
modo
incomprensibile come evento dannoso la nascita di un bambino con
malformazioni fisiche".
Lehmann sottolinea la contrapposizione della sentenza "sia al concetto
cristiano di persona, che al consenso di valori della costituzione".
La sentenza, inoltre, aggiunge il cardinale, "ha dilatato in modo apertamente
irresponsabile la possibilità di abortire praticamente fino al momento
della
nascita. L'interruzione di gravidanza diventa la logica conseguenza
dell'individuazione di un handicap, in contraddizione con qualsiasi principio
di
tutela della dignità umana".
Sulla vicenda è intervenuto anche il card. Joachim Meisner, arcivescovo
di
Colonia secondo il quale la sentenza "ha confermato che i nascituri con
handicap non hanno diritto alla vita". L'arcivescovo si chiede anche se
"una
giurisprudenza che definisce evento dannoso una persona", possa chiamarsi
"cultura del diritto".
Critici verso la sentenza anche il Consiglio dei cattolici del vescovado
di
Speyer per il quale la sentenza degrada il portatore di handicap "a persona
di
serie B, la cui presenza non è socialmente desiderata". Anche per
la Chiesa
evangelica, "la vita umana non può essere valutata come un danno".