Sommario:
1) l'anonimato digitale
ed il Parlamento europeo.
Fonte: PuntoInformatico
http://www.punto-informatico.it/p.asp?i=31653
Allo studio del Parlamento europeo una
proposta che deve far riflettere, perché rischia di schiacciare
l'anonimato digitale senza averlo compreso fino in fondo. Si parla di
lotta al crimine
Europa, e-anonimato in
pericolo
Un covo di
criminali?
28/04/00 - Stand By - Roma -
Un report di Wired ha portato la cosa all'attenzione di molti, ma da tempo
se ne parla e le proposte si moltiplicano: anche in Europa c'è chi vuole
dare un taglio all'anonimato in rete. All'attenzione del Parlamento
europeo si trova una proposta che, se passasse in sede comunitaria,
potrebbe legittimare i singoli stati a varare norme per limitare le
possibilità di identità digitale anonima concesse dalla rete.
Le
motivazioni di un simile orientamento sono sempre quelle: internet è un
veicolo in più per la criminalità organizzata, il terrorismo, la pedofilia
violenta e via elencando gli orrori del mondo. E la proposta all'esame del
Parlamento prende prima di tutto di mira i remailer anonimi, ovvero i
servizi di posta elettronica che sulla rete consentono di inviare messaggi
"senza lasciare tracce". Remailer che sono considerati da anni da certa
stampa e certa politica l'origine dei "mali della rete".
La
"storia" dell'anonimato digitale in Europa parte nel 1997, quando la
Commissione europea approva una direttiva "controcorrente" che suggerisce
"lo sviluppo di servizi di telecomunicazioni alternativi, come quelli per
i pagamenti online, in grado di garantire l'anonimato". Nello stesso anno
una legge tedesca afferma che i provider dovrebbero pensare a "uso e
pagamento anonimo" per gli abbonamenti di accesso stipulati dai propri
clienti.
Ma l'orientamento generale è già cambiato quando, l'anno
scorso, un documento di studio della Commissione europea inizia a parlare
di un "codice di condotta" dei remailer, suggerendo che alcune restrizioni
sul loro utilizzo già previste in altri settori potrebbero essere
applicate anche a questi servizi online. Poi, lo scorso gennaio, una
parlamentare europea belga, Oussama Cherribi, solleva polvere dichiarando
che navigare su web in modo anonimo "dovrebbe costituire un crimine, e
l'anonimato totale dovrebbe essere considerato un reato a tutti gli
effetti". Forse non si sbaglia chi ritiene che l'orientamento attuale
possa essere ricondotto anche ad uno studio della Casa Bianca che negli
States suggeriva, nei mesi scorsi, l'imposizione di restrizioni sui
servizi pensati per "anonimizzare" l'utente internet.
Ora però la
proposta comunitaria sembra destinata a prendere forma, vista la
raccomandazione alla sua approvazione pervenuta al Parlamento europeo
dalla Commissione per le libertà.
Ma cosa accadrebbe se
la proposta passasse? Il primo chiaro effetto sarebbe quello di spedire al
di fuori dell'Unione europea eventuali remailer che dovessero trovarsi nel
territorio di stati che adottino normative di questo genere. Per quanto
estesa, infatti, la sovranità dell'Unione e dei paesi che la compongono
rimane territorialmente e giuridicamente limitata.
"Uscire dalla UE", però, costituisce una possibile
"soluzione" ma soltanto parziale per la difesa dell'anonimato, perché
una normativa del genere, nelle sue conseguenze più estreme, potrebbe impattare
su tutto ciò che va dal login anonimo alla rete alla creazione di siti web di
lavoro. In altre parole, se l'ottica è quella di consentire sempre un facile
controllo della paternità di un comportamento digitale, la vita diventerebbe
progressivamente sempre più difficile per chi vuole far perdere le proprie
tracce quando naviga sui siti del web, utilizza i newsgroup o invia messaggi di
posta elettronica. Ciò vuol dire che, se passasse, la proposta potrebbe
effettivamente rappresentare un pericolo per l'anonimato digitale.
La sensazione, però, è che non si sia compresa la portata e il rilievo che
l'identità anonima sulla rete rappresenta. La prima considerazione che dovrebbe
saltare agli occhi di qualsiasi legislatore è il suo esatto opposto, ovvero la
incredibile facilità con cui possono essere tracciati già oggi i comportamenti
online degli utenti internet. Che lo si voglia o meno, con o senza trasparenza
sui metodi, la raccolta delle tracce lasciate da chi naviga online o utilizza
servizi di rete è una delle attività digitali che stanno conoscendo lo
sviluppo più rapido. E questo perché la gestione dei dati utente rappresenta
uno dei mattoni della "new economy". Le nuove esigenze della
pubblicità e la targetizzazione esasperata dei messaggi promozionali sono
infatti i due motori antiprivacy da cui siamo tutti travolti. E le tecnologie
elettroniche dedicate all'analisi dei dati sono, in questo caso, nient'altro che
uno strumento del Grande Occhio.
Ma l'anonimato è anche protezione della debolezza di chi può via internet
dialogare dei propri problemi, o dei propri traumi, senza dover mettere
necessariamente in gioco il proprio volto. Una "valvola di sfogo" i
cui effetti positivi sono al centro di una imponente letteratura nel mondo della
psicologia fin dal primo diffondersi di internet.
Se si comprende cosa oggi si vive in rete, a quali pericoli è esposta la
privacy di ciascuno e la libertà dei comportamenti digitali, non si può in
buona fede ritenere utile chiudere uno dei pochi strumenti rimasti per la difesa
della propria individualità nel mondo cyber e, quindi, nel mondo
"fisico".
Queste sono solo le prime preoccupazioni che mi assalgono in queste ore.
Preoccupazioni che fanno apparire troppo semplicistica la posizione di chi si
preoccupa che la rete sia utilizzata per scopi illeciti. Questo è senz'altro
vero, come è vero che anche un'automobile può essere trasformata in una
macchina da offesa o in un'arma omicida. Ma non per questo, o perché inquina,
si impedisce a tutti il suo uso.
Forse, ahinoi, qualcuno crede che imponendo più bassi limiti di velocità tutte
le auto, indistintamente, rallenteranno.
Paolo De Andreis