Segnalazioni ed articoli:
1) Open source: un sistema
contro la duplicazione abusiva
di software?
2) Ripensare l'open source? di Andrea Monti - Linux&C n.24/02
3) Free software ed Open sources
4) Sperimentazioni open source a tutto campo
6) In una conferenza sull'e-governement Bill Gates si è scagliato contro il free software e la licenza GPL, sostenendo che questo approccio è buono soltanto per chi si voglia dare all'agricoltura - Bill Gates: Free Software incubatore di contadini - GPL? Oh, no!
7)
(continua)
1) Fonte www.andreamonti.net
http://www.andreamonti.net/it/tesvarie/dirautit-2.htm
Open source: un sistema
contro la duplicazione abusiva
di software?
di Andrea Monti - Dirittodautore.it 03/06/02
In termini puramente giuridici, e prescindendo quindi da
argomentazioni di carattere tecnico-informatico, l'open
source si qualifica come una modalità di gestione dei diritti
di sfruttamento dell'opera tutelata.
In particolare, la licenza si occupa di garantire almeno:
- libero accesso al codice sorgente del software
- libertà di modifica del codice sorgente
- necessaria sottoposizione dell'opera derivata allo stesso
regime giuridico (caratteristica precipua della GNU Public
License)
- rispetto dei diritti morali
- libertà di duplicazione del programma
In realtà il panorama delle licenze è molto più articolato e
complesso, ma per gli scopi di questo scritto è sufficiente
limitarsi alle indicazioni generali appena fornite.
Emerge fin da subito l'assoluta liceità e legittimità di
questo modello di licensing che, lungi dal rappresentare un
pericolo per la tutela della proprietà intellettuale, è invece
pienamente inserito all'interno della legge sul diritto
d'autore. Dalla quale trae legittimazione giuridica e
protezione legale.
Dal punto di vista dello sfruttamento economico dell'opera
tutelata, il modello teorico prevede che l'autore tragga
sostentamento non già dalla mera cessione in licenza
d'uso del software, quanto dalla prestazione di servizi
accessori, di assistenza e personalizzazione. Atteso che la
libera disponibilità dei sorgenti e il diritto di modificarli non
necessariamente implica che un soggetto abbia
conoscenza, tempo, risorse e volontà di farlo.
Questo approccio ha un riflesso diretto in relazione al
contrasto alla duplicazione abusiva delle opere
dell'ingegno. Considerato che è di fatto impensabile un
tasso di duplicazione abusiva pari a zero,
pragmaticamente si può considerare più vantaggioso
concentrarsi su potenziali clienti disposti a pagare per i
servizi a valore aggiunto collegati al software, piuttosto che
affidarsi ai "rientri" dipendenti da un'utenza con una minore
(o inesistente) propensione all'acquisto.
In pratica, considerato che chi vuole duplicare
abusivamente lo farebbe in ogni caso, tanto vale
concentrarsi su quella parte di mercato che non saprebbe
cosa farsene di un software puro e semplice, privo di
assistenza, manutenzione e quant'altro.
E' ovvio che, presentata in questi termini, una soluzione del
genere può essere considerata troppo semplicistica. In
realtà un modello come quello appena ipotizzato richiede
una precisa strategia imprenditoriale e una robusta
strutturazione operativa. Diversamente il fallimento è
pressoché assicurato. Questo per dire che, contrariamente
a quanto si può pensare accostandosi la prima volta al
mondo dell'open source, non siamo di fronte ad una
"pazzerellata" anarcoide ma ad un preciso modello di
business che affronta la gestione dei diritti di proprietà
intellettuale da una prospettiva differente rispetto a quella
che abitualmente si è abituati a vedere.
In un mercato realmente libero e competitivo, quindi, la
possibilità di scelta fra software soggetti a differenti
regolamentazioni di utilizzo (proprietaria, da un lato, libera
dall'altro) dovrebbe consentire all'utente di poter scegliere
in piena libertà l'applicazione che più risponde alle proprie
necessità. Senza essere necessariamente costretto a
spendere somme esorbitante per acquistare uno specifico
programma, perché solo con quello, mettiamo, si può
accedere ai siti della pubblica amministrazione.
Il che ci porta al cuore del problema: trasparenza e
compatibilità del software. Quando, a prescindere dal
programma che utilizzo, posso comunque fare tutto ciò di
cui ho bisogno, senza dover usare per forza il prodotto
XXX, avrò a disposizione una scelta così ampia da non
essere messo in condizione di dover scegliere fra il violare
la legge ed essere "tagliato fuori" dalla comunicazione con
il resto del mondo.
Certo, questo implica che i maggiori produttori di software
proprietario decidano, una volta e per sempre, di accettare
la sfida sul piano della qualità e delle prestazioni, invece di
continuare a sfruttare "riserve di caccia" e "latifondi"
costruiti a suon di obsolescenza programmata dei
programmi e deliberata incompatibilità addirittura fra le
versioni successive dello stesso software.
Ma a quanto pare, questa è una prospettiva più utopica
che lontana.
Andrea Monti
lawfirm@andreamonti.net
2) Fonte www.andreamonti.net
http://www.andreamonti.net/it/linux/linux2402.htm
Ripensare l'open source?
di Andrea Monti - Linux&C n.24/02
L'open source stenta a spiccare il salto di qualità di cui
avrebbe bisogno per competere da pari a pari con gli altri
protagonisti del settore ICT. Una delle ragioni di questo
stallo è sicuramente l'assopimento culturale del progetto
che si è addormentato oramai da qualche anno. Persino in
importanti conferenze rivolte ad aziende e pubbliche
amministrazioni si continua ancora oggi a parlare secondo
quelli che sono diventati dei veri e propri dogmi. Che non
possono essere messi in discussione senza essere
accusati di eresia. Anche quando, come nel caso della
proposta di legge sul software libero, ci sono fortissime
perplessità sulla ragionevolezza di certe scelte. O anche
nel caso, vedi la questione Mandrake/Staroffice, in cui si
evidenziano precise scelte commerciali che sono in rotta
di collisione con le "dichiarazioni di principio" che
dovrebbero essere la "Carta costituzionale" del software
libero.
Ma non è solo responsabilità delle imprese (penso sempre
a Mandrake come caso esemplare), perchè anche noi
utenti (per lo meno quelli più sensibili) abbiamo le nostre
colpe. Prima fra tutte la pigrizia parassitaria che ci porta -
per esempio - ad aspettare passivamente il rilascio di
nuovi applicativi senza partecipare ai processi di
debugging (anche solo segnalando i crash), "scaricando"
su "qualcun altro" il compito di fare il lavoro. Siamo anche
affetti da un certo "disinteresse" per le questioni di vil
danaro che si traduce nella mancanza di supporto
economico alla nostra distribution preferita. Sembra
proprio che il motore cominci a perdere colpi perchè non
si è innestato quel sistema di feedback fra utenti, imprese
e sviluppatori in grado di far decollare il sofware libero.
Insomma, se il giocattolo non si è ancora rotto, poco ci
manca. Con l'aggravante che non è stato un "precettore"
cattivo ed invadente a scassarlo. Ma siamo stati noi a
metterlo fuori uso.
Forse, allora, è giunto il momento di mettere in
discussione idee e concetti che abbiamo accettato troppo
supinamente, ipnotizzati dal "paradiso in terra" che
sembravano promettere. In particolare ci sono due
domande alle quali è necessario dare una risposta. La
prima: è veramente desiderabile e praticabile che le
pubbliche amministrazioni si muovano verso l'open
source? La seconda: si può fare business esclusivamente
puntando sull'open source?
Cominciamo dall'ultima domanda analizzando quello che
probabilmente è destinato a diventare "l'affaire Mandrake".
La distro francese è palesemente in gravi difficoltà. Tanto
che dichiara, senza mezzi termini, di essere in crisi di
liquidità, non ostante la notevole diffusione, un elevato
numero di utenti e di "credits" guadagnati sul campo. Una
situazione, si legge sempre sul sito ufficiale, che si ritiene
di fronteggiare con una serie di iniziative volte ad
incentivare l'acquisto di servizi offerti dalla società stessa.
In particolare viene "spinta" fortemente l'offerta in
anteprima di Staroffice 6.0 finale(solo per chi ha pagato
almeno l'adesione alla "Silver Membership" -
120US$/anno). Questo, grazie al fatto che Sun ha
accettato di estendere il contratto OEM anche agli utenti
registrati di Mandrake. In pratica, Mandrake paga a Sun
una royalty per ogni utente registrato che scarica Staroffice
6.0 e il resto lo tiene in cassa. Fino a qui nulla da dire.
Eccetto per il fatto che SO6 è proprietario e che Mandrake
ha discriminato quella parte di comunità "meno abbiente"
e dunque non in grado di pagare l'iscrizione al club (niente
di strano per un produttore tradizionale, ma per una open
source company...). Il fatto è che - come ho sperimentato in
prima persona - sia Staroffice 6.0 (italiano e inglese) sia il
database Adabas ne hanno voluto sapere di funzionare.
Crash a ripetizione, persino su operazioni essenziali come
l'apertura di un file word o il salvataggio in RTF, continui
reboot e vi risparmio il resto. Scopro leggendo la mailing
list su Staroffice di non essere affatto il solo ad avere avuto
questo tipo di problemi, che hanno afflitto un gran numero
di persone (come me, "soci paganti" del Mandrake Silver
Club). Il problema non dipende dai miei computer. Scopro
pure che Mandrake, più volte invocata dagli utenti, osserva
un rigorosissimo silenzio (con buona pace dell'approccio
"open"). Consultando il sito di Sun
(http://www.sun.com/staroffice) apprendo poi che è stata
rilasciata una patch per prolungare il funzionamento della
beta di SO6 fino a giugno prossimo.
E a questo punto arrivano le domande per "Mr.Mandrake",
che ben potrebbero riguardare uno qualsiasi dei tanti
produttori di software proprietario.
1 - Avete testato il software prima di distribuirlo?
Probabilmente no, ma considerando che non è open
source, come avreste potuto farlo? 2 - Fino a quando un
software è gratis l'utente ha (relativamente) poco diritto di
protestare. Ma avendo richiesto dei soldi per un
programma (promettendo peraltro che avrebbe fatto
scintille) e insistendo sul "valore aggiunto" costituito dal
"servizio" perchè di questo "servizio" non c'è alcuna
traccia?
3 - Chi fornisce il supporto per questo programma?
4 - Considerando che Sun ha prolungato la vita di
Staroffice 6.0 beta fino al prossimo giugno, come è
possibile che Mandrake stia distribuendo una versione
definitiva di questa applicazione?
5 - Perchè Mandrake non risponde alle (più che legittime)
richieste di chiarimento degli utenti?
Come ho detto, queste scelte commerciali e questi
atteggiamenti nei confronti degli utenti sono molto poco
appropriati ad una open source company è più pertinenti
ad altri noti "produttori" di software proprietario. Si
potrebbe quasi dire che Sun e Mandrake abbiano "gettato
la maschera" del software libero per mostrare il loro vero
volto, quello del "business is business" o, se preferite,
"pecunia non olet" (il denaro non puzza).
Ma non è questo il punto. Intendiamoci, non c'è
assolutamente nulla di male nel "fare business" con l'open
source, anzi, sarebbe estremamente salutare per
l'industria se il software libero si diffondesse più di quanto
lo è adesso. E' importante capire, però, che il successo
di
un modello economico basato sull'open source dipende
fortissimamente dal rapporto con gli utenti, da un lato, e
con gli sviluppatori dall'altro basato sul rispetto e sul
coinvolgimento. Se viene meno questa - uso
un'espressione forte - "tensione ideale" il motore si
inceppa (come ha già dimostrato in passato la vicenda di
Netscape 6). A questo punto, una software house vale
l'altra e tanto vale affidarsi alle "cure" di noti e paternalistici
giganti piuttosto che beccarsi lo stesso un esaurimento
nervoso senza nemmeno la parvenza di una cura.
Non intendo affatto formulare giudizi di valore sulle scelte
di Sun e di Mandrake perchè mi interessa la questione più
generale. Quando un'azienda entra nella mischia,
partecipa al mercato azionario, deve rispondere ad
azionisti, soci e investitori inevitabilmente comincia a
stabilire un ordine diverso di priorità. E a rivedere i calcoli
che, magari opportunisticamente, la hanno indotta a
battere il ferro dell'open source fino a quando era caldo, in
attesa del momento in cui - acquisita una certa stabilità -
fare "indietro tutta" verso i più "rassicuranti" lidi del mondo
proprietario.
Tanto per essere chiari: fra i colossi che supportano Linux
nessuno hai mai "prestato giuramento". HP e IBM
continuano ad offrire soluzioni anche proprietarie (perché
non dovrebbero farlo?) e alcuni - Dell tanto per fare un
nome - hanno cominciato a ridurre il proprio impegno con
Linux verso il mercato desktop.
L'interesse pragmatico verso questo ambiente deriva dalla
richiesta di mercato e infatti nessuno ha svenduto i gioielli
di famiglia (brevetti, diritti d'autore, quote di mercato) per
abbracciare il culto dell'ecumenismo digitale con tutti i suoi
parafernalia.
Sul versante delle open source company Mandrake non è
certo la sola ad avere qualche problema di coscienza.
Prima di lei ci fu la eclatante - anche se poco nota - la
rivendicazione di Red Hat che qualche tempo fa ha
minacciato azioni legali nei confronti di rendeva
disponibile senza autorizzazione la distribution omonima.
Sostenendo che in questo modo venivano violati i propri
diritti d'autore. Insomma, il lato business dell'open source
non è così amichevole come potrebbe sembrare. E le
oggettive difficoltà nelle quali si trovano quelli che hanno
scommesso sul software libero danno più forza e
argomenti a chi continua a puntare interessatamente su
una visione distorta del software proprietario. Metafora
ippica a parte, premesso che immagino un mercato in cui
software libero e non, possano convivere, mi pare evidente
che l'attuale squilibrio, derivante pure da lobbismo e
intrecci di interessi, possa essere ridotto con un serio
intervento pubblico. Che favorisca l'utilizzo dell'open
source nella pubblica amministrazione.
Ma non è certo la proposta di legge avanzata dai Verdi -
"razzista" al contrario e discriminatrice della concorrenza -
a rappresentare la soluzione. E' peraltro curioso che Verdi
e DS "scoprano" l'open source solo ora che sono
all'opposizione. Ignorando, o facendo finta di ignorare che
fin dal 1999 al Forum per la Società dell'informazione della
Presidenza del Consiglio venne presentato il documento
"E' compito delle istituzioni liberarci dalla schiavitù
elettronica" (chi ha voglia lo trova sulla home page di
ALCEI - http://www.alcei.it). Ma dei contenuti di una
cosmetica proposta di una legge (fortunatamente)
destinata a non procedere oltre, che mira a sostituire un
monopolio con una chiesa parleremo nel prossimo
numero.
4) Fonte: Apogeo on line Newsletter http://www.apogeonline.com/webzine/2002/05/06/05/200205060501
06 Maggio 2002
Il copyleft si raffina e guadagna sempre più spazio, dal sapere enciclopedico all'ambito legale alla musica
Open source è sinonimo di software, e il suo ambito è quello informatico. Giusto? Nient'affatto! Mai sentito parlare di OpenCola? O di OpenLaw, OpenAudio? E Wikipedia? Progetti collaborativi e aperti che sembrano prendere quota in campi alquanto diversi. La riprova che il movimento open source, pur se radicato nella nascita della Free Software Foundation di Richard Stallman (1984), costituisce qualcosa di assai variegato e dirompente. Una sorta di posizione politica a sostegno della libertà d'espressione, contro il potere delle corporation e la proprietà intellettuale. Un movimento che, riprendendo il teorico-programmatore Eric Raymond, rappresenta "una vasta visione libertaria delle appropriate relazioni esistenti tra individui e istituzioni." Con annesse sperimentazioni senza rete verso mutamenti sociali, culturali, economici di ampia portata.
Wikipedia, ad esempio, si autodefinisce "The Free Encyclopedia" e in poco più di un anno di vita ha collezionato quasi 30.000 articoli firmati da autori diversi sui temi più disparati, dall'astrofisica allo sport, alle 'breaking news' di attualità. Un cumulo di risorse che chiunque può copiare, integrare o modificare purché vengano poi ridistribuite, nel pieno rispetto della General Public License che governa il free software. Nata quasi per caso a superamento dell'impasse in cui era caduta la più formale Nupedia (riservata agli accademici, in due anni ha raccolto appena 25 contributi su un tetto previsto di almeno 60.000 voci), Wikipedia prende il nome dal software open source WikiWiki che consente l'editing delle pagine direttamente sul web. "La gente è attirata dall'idea che la conoscenza possa e debba essere liberamente distribuita e organizzata," spiega l'editor-in-chief Larry Sanger. Anche perchè, aggiunge, col passar del tempo ci penseranno gli stessi utenti a correggere errori e colmare lacune finché, appunto, si toccherà il livello di una vera e propria enciclopedia in aggiornamento continuo, con un target di almeno 100.000 articoli. Nota bene: "Il contenuto complessivo di Wikipedia è coperto dalla GNU Free Documentation License, il che significa che è free e tale rimarrà per sempre."
La pratica del copyleft sembra funzionare bene anche in ambito legale, come testimonia l'iniziativa di OpenLaw avviata dal Berkman Center for Internet and Society presso la Harvard Law School. Il centro è specializzato nelle leggi sul digitale, hacking, copyright, crittazione e così via, operando in stretta collaborazione con la EFF e la comunità open source. Il progetto prese avvio nel 1998 quando il professore Lawrence Lessig (ora insegna alla Stanford Law School) accolse l'invito della Eldritch Press ad adire le vie legali per ridurre la tutela del copyright estesa mesi fa dai parlamentari. Eldritch pubblica sul web titoli il cui copyright è spirato, ma recenti disposizioni estendono questo limite da 50 a 70 anni. Invito prontamente esteso agli studenti di Harvard e di altri istituti tramite un forum aperto, che è poi sfociato nel progetto OpenLaw. E' stato grazie ai documenti prodotti tramite questo processo che la Corte Suprema recentemente ha deciso di consentire l'audizione su tale caso (Eldred v. Ashcroft). Da qui il sito è cresciuto non poco, consentendo a utenti di ogni parte del globo di dire la propria e produrre materiale in grado di essere integrato in futuri argomenti legali a difesa della libera circolazione delle idee online. Un esperi mento esplicitamente "costruito sul modello del software open source", decisamente unico nell'ambiente legale e che inizia a produrre buoni frutti.
Invece OpenAudio è il parto di EFF per incrementare scambi collaborativi e progetti sperimentali tra i musicisti coinvolgendo anche gli ascoltatori. Giusto un anno venne diffuso un modello di copyleft chiamato Open Audio License (OAL) mirato a sfruttare le potenzialità della musica digitale (estrema facilità di copia e distribuzione). Il concetto è sempre lo stesso: i pezzi rilasciati sotto la OAL possono essere copiati, eseguiti, modificati a piacimento, purché vengano poi rimessi in circolazione con la medesima licenza. Però nella musica non ci sono bug da scovare o errori da correggere o materiali da redarre a più mani, ragion per cui il progetto non è decollato più di tanto. Senza contare come i file presenti sul sito OpenAudio siano tutti in formato MP3 o Ogg Vorbis, ovvero consentono solo l'ascolto e non la modifica. E se è vero che "coloro a cui piacciono certe band continuerà comunque a sostenerle," secondo Robin Gross di EFF, forse è troppo presto per dire se l'idea di OAL rimarrà una sorta di vetrina per artisti altrimenti condannati al silenzio. Oppure se, meglio, riuscirà a catturare l'immaginazione collettiva come accaduto per altre iniziative open source.
E' il caso, dulcis in fundo, di OpenCola, primo consumer product in perfetto stile open source. La ricetta per fare in casa una bevanda assai simile alla Coca-Cola, modificabile liberamente per party e situazioni locali. Una parodia trasformatasi in realtà che ha preso di mira uno dei maggiori simboli del consumismo e del mondo industriale. Già, perché gli ingredienti originali rappresentano una formula segreta gelosamente custodita, pur se analoghi a quelli suggeriti da OpenCola. E le lattine argentate della frizzante bevanda circolavano anche in recenti LinuxExpo, suscitando curiosità e interesse. Dietro la parodia c'è però una start-up fondata nel 1999, attiva nell'ambito del Peer-to-Peer Computing, con oltre 13 milioni di dollari di venture capital e che si appresta a lanciare il primo search engine collaborativo. OpenCola promette di ricerche incrociate tra una dozzina dei maggiori search engine e centinaia di fonti informative online. Ma soprattutto consentirà di scartabellare tra i folder degli utenti che vorranno consentirlo. Un file-sharing reciproco che punta dritto al cuore del problema, la proprietà intellettuale. Funzionerà? Chissà, magari si evolverà in qualcos'altro. In ogni caso, una sperimentazione open source che merita di essere seguita da vicino.
5) Fonte: Punto Informatico - http://punto-informatico.it/ps.asp?i=39895&p=1
L'iniziativa legislativa supportata da una raccolta firme Software Libero, firme per la proposta 22/04/02 – Roma.
Per sostenere la proposta di legge sul Software Libero
presentata di recente dal senatore Fiorello Cortiana si mobilitano alcuni
soggetti del mondo open source. In particolare l'Associazione Software Libero e
l'Italian Linux Society (ILS) propongono una raccolta di firme.
Le due organizzazioni hanno messo a punto un modulo online
che può essere scaricato, firmato e fatto firmare e reinviato per la consegna
delle firme al senatore Cortiana
Il
disegno di legge:
l testo sul quale sono stati raccolti ampi consensi extra-parlamentari viene presentato al Senato dal verde Fiorello Cortiana. Esultano i sostenitori ma la strada è tutta in salita. Mercoledì una conferenza di presentazione. Il testo Software Libero, la proposta va in Parlamento La presentazione (pagina 1 di 2)
18/03/02 - News - Roma - Giunge finalmente al Parlamento italiano una proposta di legge per l'adozione del Software Libero di cui si è parlato a lungo dentro e fuori dalla rete e che ha tutta
l'aria del primo grande assalto italiano al dominio del software proprietario nelle istituzioni e nella Pubblica Amministrazione.
La proposta ha un titolo esplicito: "Norme in materia di pluralismo informatico, sulla adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella Pubblica Amministrazione".
Scopo della legge è quello di privilegiare l'adozione del software libero da parte della Pubblica Amministrazione, in modo da migliorare la gestione dei servizi informativi dello Stato. Inoltre, di adottare formati non proprietari, e quindi universalmente utilizzabili, per tutti i documenti prodotti dalla pubblica amministrazione.
A testimoniare il rilievo della proposta e le aspettative, mercoledì prossimo, 20 marzo, nella Sala Rossa di Palazzo Madama alle 12 si terrà un'affollata conferenza stampa alla quale parteciperanno il senatore verde Fiorello Cortiana, che presenterà la proposta al Parlamento, esponenti della comunità open source italiana, l'ingegner Pelosi (consigliere del ministro Stanca), rappresentanti di aziende come IBM e FinMatica e Alessio Papini, consigliere comunale dei Verdi di Firenze a cui si deve il "via" della proposta.
L'evoluzione di questa proposta è seguita con grande attenzione anche al di fuori dei confini nazionali. Questo accade anche perché in tutta Europa si moltiplicano le iniziative a sostegno dell'Open Source.
Basti pensare che in Gran Bretagna si lavora sull'introduzione obbligatoria di software libero nella Pubblica Amministrazione; che il progetto eEurope della Commissione Europea parla esplicitamente di "codice liberamente accessibile"; che il Comune di Firenze ha approvato una mozione per l'introduzione e espansione di Software Libero nella Pubblica Amministrazione; che il parlamento tedesco ha recentemente annunciato l'adozione di numerosi sistemi Open Source nelle proprie infrastrutture.
Stefano Maffulli, portavoce della Free Software Foundation Europe, ha spiegato che "questa proposta di legge porterà alla pubblica amministrazione i vantaggi del sistema GNU. Il nostro sistema, noto soprattutto grazie a GNU/Linux, la sua variante più diffusa, concede agli utenti la libertà di eseguire, modificare, distribuire liberamente il software e restituisce agli utenti un diritto che troppo spesso gli viene tolto dalle comuni licenze d'uso. Al contempo garantisce una base di partenza per una vera concorrenza sul mercato informatico, basata su standard aperti e documentati. Spero che in Parlamento la proposta venga discussa senza pregiudizi".
"L'Associazione Software Libero - ha commentato il presidente dell'associazione, Simone Piccardi – ha appoggiato la proposta di legge del senatore Cortiana sin dalle prime stesure. La diffusione e lo sviluppo di software libero avranno sicure e rapide ricadute positive sull'economia, concorrenza e sulla trasparenza del mercato".
Nelle prossime ore arriveranno nuovi commenti alla proposta, seguita da vicino anche dai produttori di software proprietario. Nella prossima pagina, invece, il testo completo della proposta.
Testo:
PROPOSTA
DI LEGGE
recante:
"Norme in materia di pluralismo informatico, sulla adozione e la diffusione
del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella
Pubblica Amministrazione".
CAPO
I - PRINCIPI GENERALI
Art.
1 (Definizioni)
Comma
1
Si
definisce licenza di software libero, una licenza di diritto di utilizzo di un
programma per elaboratore elettronico (sia sistema operativo sia programma
applicativo), che renda possibile all'utente, oltre all'uso del programma
medesimo:
la possibilità di accedere al codice sorgente completo e il diritto di studiare
le sue funzionalità; il diritto di diffondere copie del programma e del codice
sorgente; il diritto di apportare modifiche al codice sorgente; il
diritto
di distribuire pubblicamente il programma ed il codice sorgente modificato.
Comma
2
Si
definisce software libero ogni programma per elaboratore elettronico (sia
sistema operativo sia programma applicativo) distribuito con una licenza di
software libero come definita nell'articolo 1, comma 1 del presente testo
di
legge.
Comma
3
Si
definisce programma per elaboratore (software) a codice sorgente aperto, ogni
programma per elaboratore elettronico (sia sistema operativo sia programma
applicativo) il cui codice sorgente completo sia disponibile
all'utente,
indipendentemente dalla sua licenza di utilizzo.
Comma
4
Si
definisce software proprietario un programma per elaboratore (sia sistema
operativo sia programma applicativo), rilasciato con licenza d'uso che non
soddisfi i requisiti descritti nell'articolo 1 comma 1 della presente
legge.
Comma
5
Si
definiscono formati di dati liberi, dei formati di salvataggio ed interscambio
di dati informatici le cui specifiche complete di implementazione siano note, a
disposizione di ogni utente e liberamente utilizzabili per qualunque scopo.
Comma
6
La
cessione di software libero viene esclusa dagli obblighi di cui all'Art. 10
della legge 248 del 18 Dicembre 2000 (bollino SIAE). (Comma in discussione).
CAPO
II PUBBLICA AMMINISTRAZIONE (Obblighi per la Pubblica amministrazione)
Art.
2
Comma
1
La
Pubblica Amministrazione, nella scelta dei programmi per elaboratore elettronico
necessari alla propria attività, privilegia sistemi operativi, applicativi e
programmi in genere che appartengano alla categoria del software libero o, in
seconda battuta, a codice sorgente aperto.
Comma
2
La
Pubblica Amministrazione che intenda avvalersi di un software non libero, deve
motivare la ragione della scelta e, analiticamente, la ragione della eventuale
maggior spesa, sotto la diretta responsabilità del responsabile del
procedimento di cui all'Art. 4 della Legge 7 agosto 1990, n. 241
Art.
3 (Trattamento dei dati personali e sensibili)
Comma
1
L'
impiego di software libero o a sorgente aperto (a disposizione
dell'Amministrazione stessa) è esclusivo per gli enti pubblici che trattano
dati personali o sensibili soggetti alla disciplina della legge n. 675 del 31
dicembre 1996 e nel trattamento di dati la cui diffusione o comunicazione a
terzi non autorizzati possa comportare pregiudizio per la pubblica sicurezza
Comma
2
I
codici sorgenti dei programmi per elaboratore elettronico utilizzati da parte
della Pubblica Amministrazione per il trattamento di dati personali e sensibili
secondo la legge n. 675 del 31 dicembre 1996 devono essere conservati dalla
Pubblica Amministrazione stessa per permetterne future verifiche.
Comma
3
Gli
uffici della Pubblica Amministrazione inviano posta elettronica a cittadini o ad
altri uffici della Pubblica Amministrazione contenente dati sensibili e/o
riservati solo se cifrata (crittografata) mediante programmi a codice sorgente
aperto. (comma candidato ad eliminazione)
Art.
4 (Documenti)
Comma
1
La
Pubblica Amministrazione, per la diffusione di documenti di cui debba garantire
la pubblicità, come anche l'accesso ai documenti amministrativi di cui all'Art.
22 della Legge 7 agosto 1990, n. 241, e in generale per tutti i documenti
prodotti per la diffusione al pubblico come documenti informatici anche
ipertestuali (testi, carte, software, siti internet, archivi, tabelle ecc.) è
tenuta ad utilizzare formati liberi.
Comma
2
Qualora
si renda assolutamente necessario eccezionalmente, l'uso di formati non liberi,
la Pubblica Amministrazione sarà tenuta a motivare analiticamente questa
esigenza, sotto la diretta responsabilità del responsabile del procedimento di
cui all'Art. 4 della Legge 7 agosto 1990, n. 241, dettagliando i motivi per cui
è
impossibile
convertire gli stessi dati in formati liberi. La Pubblica Amministrazione è
tenuta a rendere disponibile anche una versione più vicina possibile agli
stessi dati in formato libero.
CAPO
III: Pubblica Istruzione, ricerca e sviluppo
Art.
5 (Incentivazione alla ricerca e allo sviluppo)
Il
Ministero dell'Istruzione, Università e della Ricerca Scientifica presenta
annualmente un programma di ricerca specifico sul software libero per progetti
di ricerca da parte di enti pubblici o privati per lo sviluppo di programmi per
elaboratore da rilasciare sotto licenza di software libero.
Art.
6 (Istruzione scolastica)
Il
Ministero competente in materia di istruzione recepirà il contenuto ed i
principi della presente legge nell'ordinamento scolastico e nei programmi
didattici all'interno della progressiva informatizzazione della scuola.
Gli
ordinamenti didattici nazionali riconoscono il particolare valore formativo del
software libero e ne privilegiano l'insegnamento.
CAPO
IV - DISPOSIZIONI FINALI
Art.
7 (Regolamenti attuativi)
Comma
1
Entro
180 giorni dall'entrata in vigore della presente legge, il Governo emana i
regolamenti attuativi necessari alla sua piena applicazione.
Comma
2
Nello
stesso termine il Governo emana un regolamento che definisca gli indirizzi per
l'impiego ottimale del software libero nella pubblica amministrazione; i
programmi di valutazione tecnica ed economica dei progetti in corso e di quelli
da adottare relativi alla progressiva adozione di soluzioni di software libero,
da parte delle amministrazioni statali anche ad ordinamento autonomo e degli
enti pubblici non economici nazionali. Le norme regolamentari non dovranno
impegnare il bilancio dello Stato.
Art.
8 (Norma transitoria)
Entro
tre anni dall'approvazione della presente legge gli enti della Pubblica
Amministrazione adeguano le proprie strutture e i propri programmi di
formazione del personale per gli aspetti generali trattati all'articolo
2, il termine
per
l'adeguamento è di un anno per gli aspetti trattati all'articolo 3 (trattamento
dei dati sensibili) e di mesi 6 per le indicazioni di cui all'articolo 4 (circa
il formato dei documenti della Pubblica Amministrazione).
Si
stabilisce la formazione di un gruppo di lavoro interministeriale per monitorare
l'attuazione della presente legge nel corso dei primi tre anni dalla sua
approvazione."
6) In una conferenza sull'e-governement Bill Gates si è scagliato contro il free software e la licenza GPL, sostenendo che questo approccio è buono soltanto per chi si voglia dare all'agricoltura
Gates: Free Software incubatore di contadini - GPL? Oh, no! (pagina 1 di 2)
Fonte: Punto Informatico - http://punto-informatico.it/ps.asp?i=39895&p=1
22/04/02 - News - Seattle (USA) - Mentre alcuni stati - dalla Germania alla Francia, passando per l'Italia – stanno prendendo in serio esame l'adozione del software libero in ambito istituzionale, Microsoft ha intensificato le sue relazioni con i vari governi per proporre - vedi il progetto per la Pubblica Amministrazione - le sue soluzioni commerciali in ambito di e-government.
Alla base della proposta di Microsoft c'è, ancora una volta, la piattaforma.NET e, in particolare, una porzione del puzzle chiamata eGovernment.NET. Ed è proprio attorno a questo nuovo prodotto che in queste settimane il big di Redmond sta portando avanti una campagna con la quale spera di disincentivare le amministrazioni pubbliche dal prendere in considerazione il software libero come alternativa economica alle soluzioni proprietarie.
Durante una recente conferenza sull'e-governement tenutasi a Washington, Bill Gates ha voluto difendere con decisione l'importanza del software commerciale per il settore pubblico demonizzando, dall'altro lato, tutto ciò che porta il marchio "Free Software". Il boss di Microsoft si è scagliato in particolare contro quei governi che intendono investire nella ricerca e sviluppo di software libero e che, così facendo, soffocherebbero la crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro.
Nell'ambito di quello che definisce "approccio capitalistico", Gates sostiene che "il software dovrebbe creare lavoro e la ricerca e sviluppo dei governi dovrebbe generare lavoro: ne consegue che quest'ultima dovrebbe essere fatta in modo da poter essere commercializzata".
Ma il nemico numero uno alla filosofia capitalistica di Microsoft è, ancora una volta, la licenza GPL.
"C'è una fazione schierata contro questo (approccio) - sostiene Bill Gates -, la così chiamata General GPL source license Free software Foundation, la quale sostiene che tutti i paesi, oltre agli USA, dovrebbero dedicare dollari alla ricerca e sviluppo seguendo il cosiddetto "approccio aperto", il che significa che non potrete mai commercializzare questo software. Ed è questa una scelta interessante, da parte di uno stato, per negare a sé stesso i benefici provenienti da quei posti di lavoro altamente remunerati e da quel genere di tasse che consentono ad un paese di finanziare le proprie università e, più in generale, tutta la ricerca".
In breve, Gates sostiene che quegli stati che appoggiano il software libero rinunciano ad un '"ecosistema che ha funzionato davvero bene negli Stati Uniti": quello stesso ecosistema - ha commentato qualcuno - in cui Microsoft detiene il monopolio del mercato
In una conferenza sull'e-governement Bill Gates si è scagliato contro il free software e la licenza GPL, sostenendo che questo approccio è
buono soltanto per chi si voglia dare all'agricoltura
Gates: Free Software incubatore di contadini
Quei contadini del free software (pagina 2 di 2)
Il chairman MS ha poi detto che la disponibilità del codice sorgente non è generalmente necessaria e, quando lo
è, Microsoft provvede a rilasciarlo. L'uomo più ricco del mondo ha anche ribadito che la sua azienda non si pone
affatto contro il software free, ma che anzi "Microsoft crede che il free software sia una gran cosa", specie in
ambito accademico. "Tuttavia - ha continuato Gates - questo non dovrebbe essere software GPL".
"Il software GPL - secondo Gates - è come quello che viene chiamato Linux, un sistema dove tutto ciò che vi gira attorno non potrà mai essere commercializzato".
Se di free software proprio si deve parlare - sembra dire Gates - allora si dovrebbe prendere in considerazione "un ecosistema simile a qualcosa del tipo di VSB" (molto probabilmente la trascrizione errata di BSD, NdR), una licenza, quella di questa versione free di Unix, che Microsoft ha già più volte mostrato di gradire a causa della possibilità di riutilizzare il codice in prodotti commerciali, come Windows.
"Un governo può investire in progetti di ricerca su BFP o Unix - ha concluso Gates - e nello stesso tempo vedere aziende che danno vita a nuove attività in questi settori. D'altra parte le politiche adottate nelle tecnologie, prendi la biotecnologia, fanno sì che se le università portano avanti progetti che possono essere commercializzati, allora si avrà un aumento dei posti di lavoro nell'IT nel proprio paese. E se invece lo scenario non è questo, allora ok, diciamo che uno può mettersi a fare l'agricoltore o quello che vuole. Le tasse si pagano comunque, non so. E gli agricoltori vadano pure a lavorare, la notte, sui codici sorgenti".
Che tutti i fan di Linux siano destinati a coltivar carote e zucchine?
ROMA - Chiunque si arrabbierebbe al decimo messaggio con virus ricevuto in una sola giornata. Ma se il destinatario è il texano caliente che, con William Gibson, inventato il cyberpunk, la rabbia può diventare esplosiva e suggerire ragionamenti più ampi, offrire l'ennesimo argomento a favore del "software libero" ("perché chi lo utilizza è immune dai virus"). Bruce Sterling, che dopo tanti bestseller - per tutti "Giro di vite contro gli hackers" - sta terminando "Tomorrow Now", pensieri sul XXI secolo che usciranno a dicembre per Random House, è in Italia come star del convegno "Free software.
Libertà di informazione in rete" che si tiene stamattina a Torino, e prima di tuonare in
pubblico contro i "nemici dell'innovazione informatica", ha concesso un'intervista a
Repubblica.it spiegando perché è un imperativo categorico contrastare le forze del
"feudalesimo" (Microsoft) e sostenere quelle del "rinascimento" (Linux e gli altri "open
source").
Il software deve essere solo "libero" o anche "gratis"?
Libero di certo, nel senso che il suo nucleo deve essere a disposizione della comunità
degli sviluppatori che potranno metterci le mani e migliorarlo in continuazione, ma gratis
non direi, in questo la mia posizione è assai simile a quella di Richard Stallman. Solo così
si potrà sperare di mettere fine alla situazione attuale in cui, per colpa del monopolio di
Microsoft, l'innovazione è praticamente bloccata da decenni.
In che senso?
Nel senso che i consumatori devono avere la possibilità di scegliere: nessuno deve essere
obbligato a comprare i prodotti di Bill Gates, oggi con Windows detiene il 95% del mercato dei sistemi operativi. Un monopolio che è l'esatto contrario della libertà. Una compagnia privata che detenga una risorsa così importante e strategica per la società non si era mai vista nella storia: non si tratta neppure più di capitalismo sfrenato, ma di feudalesimo, in cui tutto appartiene all'unico
grande feudatario davanti al quale gli sforzi di software alla Linux sembrano quelli di piccole
e magnifiche città rinascimentali.
E come si fa per rovesciare il "signore del feudo"?
Semplice: non usando i suoi prodotti. Io, ad esempio, da tempo mi rifornisco quasi
esclusivamente del cosiddetto "abandonware", ovvero quel software ("abbandonato", Ndr) che ci hanno fatto credere fosse vecchio, che nessuno vuole più, e che invece va benissimo alla bisogna della stragrande maggioranza dei compiti e delle persone. Ricordate Dos, e quante versioni ha avuto? Ricordate l'infinita serie di programmi per la videoscrittura che hanno preceduto Word? Io, sul mio Mac, uso ancora un preistorico "Write Now" e mi trovo benissimo, senza contribuire a ingrossare le fila già foltissime dei clienti Microsoft. E sotto Linux c'è la suite StarOffice che è sempre più competitiva con Office e non costa niente.
Nel suo recente "Il futuro delle idee" il professor Lawrence Lessig arriva a sostenere che se il software e le altre opere dell'ingegno non saranno "libere" l'innovazione cadrà a picco. Condivide la diagnosi?
Io mi fermerei al software ma è certo che, a parte i programmi che servono per masterizzare i cd, è molto tempo che nessuno inventa del software nuovo. Da una parte Microsoft fa versioni sempre più pesanti e scadenti dei propri programmi (sempre più vulnerabili ai virus: quest'ultimo di nome Klez ha colpito un pc su 7 e perché dobbiamo pagarne noi le conseguenze?!?) mentre aperto" non hanno fatto che migliorare senza sosta. E non è neppure un caso che le rare scintille di innovazione scocchino solo sul terreno dei palmari e dei telefoni cellulari dove Microsoft non ha il predominio perché è ormai una regola che dove arriva la casa di Seattle, con le sue tattiche discutibili e ripetutamente denunciate in tribunale, i margini di guadagno per tutti i concorrenti
diminuiscono fino a scomparire. Le altre aziende vengono mummificate e rimane in vita solo Bill Gates.
Visto che lo cita così spesso, come finirà il processo?
Bene per Microsoft, credo. Alla fine Bill Gates si avvolgerà nella bandiera statunitense e,
puntando sul sentimento patriottico, farà passare il messaggio che chi lo osteggia fa indirettamente il gioco di Al Qaeda. Ma non è un ricatto che potrà durare per sempre e
soprattutto non fa presa su voi europei: alla Ue consiglio quindi di resistere a tutti i costi e
sostenere invece Linux, che per di più è una tecnologia nata nel Vecchio Continente.
Si fa un gran parlare di "copyleft" come movimento di opinione che vada oltre il software e si estenda ai beni fisici e alle altre opere dell'ingegno. Ci crede?
Fuori dal software la vedo dura e mi viene in mente l'ipotesi di un ipotetico ristorante copyleft. Quello che potrebbero dirvi, quando chiedeste di mangiare qualcosa, è che dal momento che la ricetta è a disposizione di tutti non vi porteranno i piatti preparati ma solo gli ingredienti e le istruzioni per cucinarli.
Così, per un hamburger, vi toccherebbe prendere la carne, macinarla,
pressarla, metterla dentro il
panino al sesamo e così via. Possibile ma un po' faticoso, no? Quindi l'idea
del copyleft potrà essere applicata a vari settori del no-profit e magari
funzionerà anche benissimo, ma difficilmente diventerà un modello di business.
r.stagliano@repubblica.it
- (4 maggio 2002)